Giornalismi

Ieri ho partecipato a un dibattito all’Università Statale di Milano sulla comunicazione. Giornali, radio, tv, web, si è chiacchierato con interesse di tutto e di più.

E a un certo punto, immancabile, è arrivata la critica all’infotainment, che è, soprattutto per tv e radio, la nuova formula vincente, vale a dire un connubio intelligente tra informazione e spettacolo. E come al solito da parte di un collega parruccone è partito l’attacco. “Sono andato dal mio edicolante, gli ho indicato ‘Chi’ e gli ho chiesto: ‘Ma davvero c’è qualcuno che compra questa robaccia? Se sì, almeno abbiamo la compiacenza di non definirlo giornalismo!”

Partecipare a questi convegni è molto interessante, perché tocchi con mano, oserei dire guardi negli occhi, uno dei motivi per cui i giornali generalisti continuano a perdere copie.

Sia chiaro, non devo difendere Chi, non mi interessa farlo. Lo sfoglio distrattamente il mercoledì e lo ricevo in mazzetta solo perché ha insistito a volerlo Elisabetta Fusconi, giusto per non fare la spia…

Ma se non è giornalismo quello di Chi, sono giornalismo i quotidiani-fotocopia uno uguale all’altro? Sono giornalismo le 10 pagine di politica chiacchierata che ci vengono propinate ogni giorno, stampate solo perchè il tal politico dica qualcosa al talaltro politico, senza che interessi a nessuno, ribadisco nessuno dei lettori (che infatti fuggono a gambe levate?); sono giornalismo le paginate sterili, vuote, stantie sulla legge elettorale, roba che piace solo ai politici e al mio amico Mario Adinolfi? E’ giornalismo il dibattito sul Jobs Act in cui Landini risponde a Renzi che rintuzza la Camusso che fa sponda alla Uil e nessuno spiega cosa ci sia scritto in quella legge (anche perché al momento c’è scritto poco o nulla?)

Immancabile poi, al convegno, è arrivata la critica alla tv o meglio alla cosiddetta tv-spazzatura. E qui dico una volta per tutte che mi sono rotto le scatole dei moralistoni che tuonano: “sciacalli! Non si specula su un bambino morto!” Ma basta. Basta! il giornalismo è raccontare fatti, anche brutali, di cronaca nera. Soprattutto quando sono delitti efferati, che ci interrogano nel profondo. Come diceva il mio maestro Giancarlo Santalmassi, non esistono argomenti tabù ma modi di affrontarli tabù.

Ebbasta, moralistoni che sui social cercate il vostro attimo di celebrità, usate il telecomando e non rompete le palle. Poi vai a scoprire che i programmi tv più seguiti sono Chi l’ha visto?, Quarto Grado eccetera eccetera eccetera… Di giorno, moralistoni, fate la voce grossa, poi di sera correte a guardarli, eh!

Tanto per dire, io della vicenda del piccolo Loris non ho visto neppure mezzo secondo, non mi cattura granché, ma non moraleggio a vanvera contro chi la guarda.

Due parole anche su di me, perché alcuni perditempo su twitter mi scrivono ogni giorno che non faccio informazione, che sono peggiorato perché alle 6,30 inizio la trasmissione con la voglia di sorridere e cazzeggiare con intelligenza. un giorno qualcuno che evidentemente ha equivocato il mio ruolo e mi ha scambiato per Obama mi ha addirittura scritto ‘ma come? Il Paese va a puttane e tu vai in ferie?!”

Io lavoro in radio. In radio l’ascolto medio è di 15 minuti. Se non tenessi conto del medium in cui lavoro, la radio appunto, sarei un idiota. E la radio è fatta di suoni, musiche, sigle, siglette, canzoni, voci, pause, sospiri, drammatizzazioni, spettacolarizzazioni.

Una delle sigle a cui sono più affezionato, e che mando in onda è: “Avanti, ridete dei vostri problemi!”

Si chiama infotainment, bellezza, e tu non ci puoi fare niente. Cambiare stazione, al massimo.